Quando un bambino si oppone, urla o dice “no”, la prima cosa che pensiamo è spesso: “Sta facendo i capricci.” Ma se ci fosse qualcosa di più dietro?

È ora di cena. Hai già chiamato tuo figlio due volte. La TV è ancora accesa, lui non si muove, e quando arrivi a dirgli per la terza volta di spegnere, lui urla.

Primo pensiero: “Lo fa apposta.”
Secondo pensiero: “Perché ogni sera deve andare così?”

È una scena che molti genitori conoscono bene. E con la TV è solo un esempio.. potrebbe essere il momento di vestirsi la mattina, di uscire dal parco, di smettere di giocare o di fare i compiti. Quei momenti in cui il bambino si oppone, si irrigidisce, scoppia.
E noi, stanchi e in ritardo, pensiamo: capriccio.
Ma è davvero così?

mamma con espressione preoccupata che guarda un bambino arrabbiato durante un momento difficile in casa, lui fa i capricci

Perché parliamo di capricci

La parola “capriccio” porta con sé un’idea precisa: il bambino sa quello che fa, sceglie consapevolmente di fare il difficile e potrebbe smettere se volesse.

È una lettura comprensibile, ed è naturale arrivare a quella conclusione specialmente quando siamo sotto pressione magari dopo una giornata lunga e quando abbiamo ripetuto la stessa cosa dieci volte (o forse anche più!).

Il problema è che quella lettura ci mette automaticamente in una posizione di scontro. Se lui lo fa apposta, noi dobbiamo fermarlo. E così inizia la battaglia.

Ma cosa succederebbe se quella scena la guardassimo in modo diverso?

Giudicare il comportamento è più facile che comprenderlo. Ma meno utile.

Il comportamento è sempre un messaggio

Uno dei principi fondamentali della Disciplina Positiva, sviluppata da Jane Nelsen, dice una cosa semplice ma potente: ogni comportamento ha uno scopo.

I bambini non si oppongono per vincere, per farci arrabbiare o per testare la nostra pazienza. Si oppongono perché stanno cercando di soddisfare un bisogno, e non hanno ancora gli strumenti per farlo in modo diverso.

Il loro cervello è ancora in costruzione. La neocorteccia, ossia quella parte che regola gli impulsi, che gestisce la frustrazione e che permette di dire “ok, aspetto” non è ancora pienamente sviluppata. E questa non è una scusa, ma è neurologia.

Quando un bambino urla perché non vuole spegnere la TV, non sta scegliendo di essere difficile, ma sta semplicemente non riuscendo a fare altrimenti.

Quello che vediamo come capriccio è quasi sempre un bisogno che non sa ancora esprimere con le parole.

Quali bisogni possono esserci dietro

Ogni bambino è diverso, così come lo è ogni situazione e dinamica. Ma nella maggior parte dei casi, dietro a quei comportamenti che ci mettono in difficoltà troviamo bisogni molto precisi.

Bisogno di connessione. A volte il “no” è un modo per attirare l’attenzione di cui hanno tanto bisogno. Non quella negativa, ma semplicemente la nostra presenza, il nostro sguardo e il fatto di sentirsi importanti per noi in quel momento. In questo modo non ottengono l’attenzione che vogliono, ma qualsiasi attenzione, anche negativa, è pur sempre un’attenzione.

Bisogno di autonomia. I bambini hanno pochissimo controllo sulla loro giornata. Così che, spesso, quando li fermiamo senza preavviso o senza coinvolgerli, loro reagiscono. Non è un dispetto, ma il modo in cui reagisce quando non si sente coinvolto.

Bisogno di sentirsi capaci. Quando un bambino dice “lo faccio da solo” e noi interveniamo, o quando viene interrotto in qualcosa che stava facendo, ne deriva una frustrazione reale e profonda.

Bisogno di sentirsi importanti. In Disciplina Positiva parliamo di bisogno di significatività: ogni bambino ha bisogno di sentire che il suo contributo conta, che la sua opinione viene ascoltata e che non è solo qualcuno a cui le cose vengono fatte o che deve seguire ordini.

“Dobbiamo quindi giustificare ogni comportamento del bambino?”
No! Riconoscere quale bisogno c’è dietro, significa solo capire da dove partire.

La curiosità verso il figlio è già un atto d’amore.

La domanda che può cambiare lo sguardo

Quando siamo nel mezzo di una di queste scene, la domanda che ci facciamo istintivamente è: “Come faccio a farlo smettere?”

È una domanda legittima, ma che ci porta a cercare soluzioni rapide (che spesso funzionano sul momento e non risolvono nulla nel tempo). Proviamo a sostituirla con un’altra: “Cosa sta cercando di dirmi?”

Non è una domanda facile, soprattutto quando siamo stanchi, in ritardo, o quando è la decima volta che succede la stessa cosa.

Ma è una domanda che sposta il nostro sguardo. Dal conflitto alla curiosità, dallo scontro alla connessione.

mamma che parla con il suo bambino piccolo che fa i capricci  seduti sul divano in un momento di ascolto e connessione

Un piccolo strumento da provare subito

“Ok, e adesso come faccio?”.
Non serve stravolgere tutto. Si può iniziare anche solo con un piccolo gesto.

La prossima volta che senti salire la tensione, prima di intervenire prova questo:

Fermati. Anche solo tre secondi. Respira.

Osserva. Cosa sta succedendo davvero? Com’è il suo viso, il suo corpo?

Avvicinati. Fisicamente. Portati alla sua altezza.

Riconosci quello che vedi. “Ti vedo molto arrabbiato.”

Niente di più. Non risolverai tutto, ma farai capire al tuo bambino che lo vedi, sei qui con lui e che la sua emozione è normale e non ti spaventa. Se infatti hai già letto altri miei articoli, non sarà ormai per te una novità sentire che tutte le emozioni sono legittime, quello che a volte non lo è è il modo in cui le manifestiamo.

Capire i bisogni non significa dire sempre sì

Voglio chiudere con una cosa importante, perché so che questo dubbio arriva quasi sempre.

Guardare il comportamento dei tuoi figli come un messaggio non significa cedere su tutto, così come non significa eliminare i limiti, né che va bene qualsiasi cosa.

I limiti sono necessari, quando danno sicurezza, struttura e orientamento.

Quello che cambia è il modo in cui ci arriviamo. Non più dall’alto verso il basso, con la forza o la pressione, ma attraverso la relazione, la comprensione ed il rispetto reciproco.

Un bambino che si sente capito collabora più facilmente. Non perché ha paura delle conseguenze, ma perché si fida.

E quella fiducia si costruisce proprio nei momenti difficili, come quando la TV non vuole proprio spegnerla, e tu invece di combatterlo ti avvicini e gli trasmetti questo: “Ti vedo. Ti capisco. Sono qui.”

Un bambino che si fida collabora.
Non per paura, ma per scelta.

Hai trovato utile questo articolo? Salvalo per rileggerlo nei momenti difficili. E se vuoi approfondire, ogni giovedì sul profilo Instagram @bimbisereni trovi un nuovo episodio della rubrica “Capriccio o bisogno?”